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    Al suo apogeo condusse al trionfo gli underdog designati della Torpedo Mosca, orfani di Streltsov imprigionato per stupro, e fu il volto carismatico dell’URSS che raggiunse il secondo posto agli Europei del ’64 e il quarto posto ai Mondiali del ’66.

    Appassionato di jazz e affamato lettore di libri britannici e americani nell’era sempre più paranoica del post-Stalin, amico di dissidenti come lo stesso Pasternak e il poeta/cantautore Vladimir Vysotsky, Voronin visse la contraddizione di una vita da eroe del popolo sorvegliato speciale del KGB, fino al giorno in cui un inatteso incidente automobilistico lo lasciò diverso da come lo aveva trovato, sfigurato in volto e nell’animo, e pose fine prematuramente alla sua carriera di atleta.

    Nel 1988, col Milan dell’arcidemonio Berlusconi che già si aggirava spettrale per l’Europa, eri l’ultimo baluardo contro lo strapotere del liberalismo.

    L’URSS militare, veloce, gerarchica e disciplinata veniva spazzata via dall’Olanda berlusconiana nella finale degli Europei tedeschi (dell’Ovest, per l’ultima volta) del 1988: il socialismo discotecaro e multietnico europeo dava la prima picconata a quello che sarebbe stato l’anno zero della distruzione della grande madre Russia.

    “portace n’antra vodka, che noi se la bevemo, e poi j’arisponnemo: niet”.Guance scavate, fantasia e leggerezza sia che giocasse da centrale o da mezzapunta, gol ma soprattutto un volume notevole di assist: nel corso di una carriera ultraventennale — che negli ultimi anni l’ha portato fino in Finlandia. Ma uno che il 26 aprile 1986 ha visto uscire di casa suo padre per andare a Chernobyl e lui dover andar via da Dvirkivščyna, a 100 km da Kiev sul Mar d’Azov, uno che da ragazzino viene ospitato ad Acropoli quando l’Italia ancora era ancora un paese che ospitava chi era in difficoltà, uno che poi da Lobanovskyi viene allevato è uno su cui dire più cose dei gol che ha fatto. È uno che si fa letteralmente frantumare la faccia da Loria e non fa una piega, uno di cui Leonardo ha detto “che ha già in testa il gol prima che prende la palla”, uno che sulla tomba di Lobanovskyi porta ogni singolo trofeo che vince, uno che è stato sempre determinante in tutte le sacrosante partite decisive.Il suo sinistro fatato ha esibito una varietà di passaggi smarcanti e/o illuminanti tanto densa, e ha fatto correre tanti di quei chilometri ai compagni di squadra, da far invidia a un centauro delle highway statunitensi. O meglio quasi tutte perché uno di rigore lo sbaglia e perde la possibilità di vincere la seconda Champions contro il Liverpool sbagliando, forse, pure per le buffonate di Dudek prima di ogni singolo calcio di rigore.C’era questo campo orrendo, ositle e ghiacciato per tre stagioni su quattro, lastricato di sassi e d’ortiche, e quell’adolescente si sfregava a sangue le cosce e i gomiti come contadine bestemmiose della steppa, chine a raccoglier patate; con la maglia gialla uguale alla tua e i guanti bianchi e rosa uguali ai tuoi bestemmiava già i patriarchi ortodossi ogni volta che la domenica non giocava (cioè sempre).Perché egli (l’adolescente) abbandonò gli idoli della pubertà, i capitalisti e vincenti Carl Lewis e Larry Bird, per seguire te e Serhij Bubka, solo San Basilio e San Nicola lo sanno (cioè Bubka pure pure, ma poi quell’adolescente portiere era, e non saltatore con l’asta, pertanto eri diventato la sua naturale guida spirituale, e quello che egli è oggi, caro Rinat, te ne devi assumere la responsabilità).Sguardo glaciale, chioma lunga da condottiero, è stato eccezionale regista di centrocampo e trequartista con un carattere spigoloso e difficile da governare: chiedere a Georgij Jarcev, il ct che lo cacciò dagli Europei del 2004 per aver rilasciato qualche improvvida dichiarazione alla stampa a seguito della sconfitta nella gara inaugurale con la Spagna.Proprio nella penisola iberica Mostovoi fu ribattezzato “lo Zar”: ai suoi piedi cadevano i tifosi del Celta Vigo ogni volta che pennellava una punizione o faceva secchi i portieri avversari con bordate dalla distanza.Il suo regno ebbe una durata di otto stagioni epperò finì malissimo, con i galiziani malamente retrocessi. Centrocampista dotato di temperamento, velocità e intelligenza tattica, conobbe la fama a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, quando mise piede in Spagna e con la Real Sociedad arrivò perfino a segnare 13 reti in una sola stagione, numeri da discreto centravanti più che da mediano.Il suo nome meriterebbe di essere stampato sui libri di storia contemporanea: fu lui a segnare il primo gol della nazionale della Russia dopo la dissoluzione dell’Urss.In un’altra epoca sarebbe stato un influente dirigente del Politbjuro.Bello come il senso di giustizia che si avverte quando si mette in discussione un ethos troppo rigido, così bello che una giovane Regina Elisabetta lo premiò, ridondantemente, come il giocatore più bello dei Mondiali del ’66, con un servizio di piatti in argento.Leggenda vuole che durante un’amichevole che sarebbe dovuta essere il suo match d’addio, contro il Club Nacional di Montevideo, al giro di campo finale l’allenatore avversario domandò ad alta voce: “fatemi capire, questo se ne va e questi altri — riferendosi ai suoi compagni — rimangono? Qualcuno trovò l’interrogativo legittimo, e infatti Meskhi si ritirò ufficialmente un anno dopo.Con lui se ne andò dai campi un pezzetto di quel calcio riluttante all’agonismo che sopravvisse meno a lungo del La risposta alla domanda di storia “Chi è stato l’ultimo zar?E Andriy Shevchenko, numero sette (in lingua ebraica il numero sette si pronuncia “sheva”), ispiratore della linea EA7 di Giorgio Armani, più di qualcosa di eccezionale l’ha fatta e forse, adesso che è CT dell’Ucraina, continuerà a farla.

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